Cybersecurity, perché diventare hacker etico è il lavoro del futuro

Articolo di Antonio Dini per Wired Italia del 24/10/2018

Non ci sono dati attendibili su quanti posti di lavoro servano nel settore italiano della cybersecurity. Quante opportunità ci sono per i nostri hacker etici, gli esperti di sicurezza che decidono di fare della loro passione una professione? I ragazzi che sperimentano cosa vuol dire fare un pentest, configurare un firewall, studiare le possibili debolezze di un software o un sistema, sembra quasi che nascano per caso, senza rendersi neanche ben conto dell’enorme opportunità lavorativa che si apre davanti a loro.

La nostra economia è infatti sempre più dipendente dal digitale e dalla sua sicurezza. Solo il segmento del ransomware, spiegano gli esperti dell’azienda di cybersecurity Check Point, costa alle imprese 11,5 miliardi di dollari all’anno. Ed è la punta dell’iceberg: ci sono i furti di identità digitale, gli attacchi ai grandi collettori di dati personali (come Facebook, che ha perso 30 milioni di identità in una aggressione digitale realizzata conoscendo molto bene i meccanismi di funzionamento di frontend e backend del social network).

Come ha spiegato più volte anche Mikko Hyppönen, superstar finlandese del mondo della security e direttore ricerca di F-Secure, “nel settore c’è una cronica mancanza di talenti. Servono molte più persone”. Lo conferma anche il texano Greg Fitzgerald, direttore marketing di Jask, startup che vuole automatizzare con l’intelligenza artificiale molte funzioni di monitoraggio della sicurezza online come alternativa (e per loro opportunità di business) alla cronica mancanza di esperti e operatori di cybersecurity: “Nelle aziende americane mancano due milioni di esperti di sicurezza, probabilmente venti milioni in tutto il mondo.

È una situazione incredibile, e una opportunità enorme per chi vuole fare questo lavoro”.

Le caratteristiche

Un lavoro che si basa su una sfida intellettuale ancora più potente, se possibile, di quella di un “normale” informatico. Ma, a ben vedere, la mentalità dell’hacker non è tanto quella che viene rappresentata di solito sui media (giornali ma anche serie televisive e film: si salva forse solo Mr Robot), cioè di una persona socialmente disadattata, tipo “prima-scrivi-il-codice-e-poi-pensa”, inevitabilmente maschio, bianco, magrolino con il potere di contrastare i nazisti o penetrare nei server della Cia. Invece, quella degli hacker è una cultura particolare nata negli anni Sessanta nelle università della West Coast americana, ed è fatta da giovani che amano la sfida intellettuale di superare in modo creativo i limiti dei sistemi software per ottenere risultati nuovi e più intelligenti. Un’alternativa agli studi di fisica o matematica.

Nazionale italiana hacker 2018
La presentazione della Nazionale italiana hacker

La situazione in Italiana

L’Italia ha una tradizione di cybersecurity antica e di altissimo livello ma, come sempre, a macchia di leopardo. Un esempio è l’eccellenza che abbiamo raccolto anche a livello sportivo. È quasi sconosciuto ai più ma i giovani che entrano nel mondo della cybersecurity, i giovani hacker, passano anche dalle gare per la security.  E c’è una nazionale italiana, il cui ciclo attuale è organizzato dal  Laboratorio nazionale cybersecurity del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (Cini).

La nazionale è composta da 10 ragazzi di due categorie: junior, 14-20 anni, e senior, 21-25 anni. Sono allenati da due giovani ricercatori di cybersecurity freschi di dottorato di ricerca che stanno spiccando il volo verso altri lavori: Marco Squarcina (viene da Ca’ Foscari di Venezia e diventa assistant professor al Politecnico di Vienna), Emilio Coppa, della Sapienza di Roma (molto attiva nella selezione dei talenti) e Lorenzo Veronese (di Ca’ Foscari). 

Come ogni nazionale che si rispetti ha degli sponsor, aziende italiane di security che sono in realtà un possibile sbocco lavorativo per molti di questi giovani: Cybaze e Yoroi. I loro dirigenti e fondatori hanno seguito la squadra al ritiro avvenuto a Lucca presso l’Imt a inizio ottobre in vista delle gare per gli europei che si sono tenute quest’anno a Londra il 14-17 ottobre.

Su 17 squadre ci siamo classificati sesti, dietro la Grecia ma davanti alla Estonia (per la cronaca: hanno vinto i tedeschi, seguiti dai francesi e poi dai padroni di casa, gli inglesi).